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Clic non validi Google Ads: differenza con i clic fraudolenti

16 agosto 2026 · 6 min di lettura · Redazione ScudoAds

Chi fa pubblicità online incontra spesso le espressioni clic non validi Google Ads e clic fraudolenti, a volte usate come sinonimi. Non lo sono: si tratta di due categorie diverse, trattate in modo diverso anche da Google. Capire la differenza è il primo passo per leggere i dati delle campagne e decidere dove intervenire. In questa guida vediamo cosa significano i due termini, cosa filtra Google in automatico e cosa invece può passare.

La distinzione non è solo teorica. Una parte del traffico non valido viene riconosciuta e filtrata da Google senza costi per l'inserzionista, mentre un'altra parte, più difficile da individuare, può continuare a consumare budget senza portare contatti o vendite. Per una piccola o media impresa, conoscere questa differenza aiuta a non sottovalutare il problema e a non affidarsi unicamente ai controlli automatici. Nei prossimi paragrafi vediamo anche dove trovare i dati dentro l'account e quali contromisure adottare.

Cosa sono i clic non validi su Google Ads?

Per Google, un clic non valido è un clic che non mostra un reale interesse da parte dell'utente verso l'annuncio. Rientrano in questa categoria i tocchi accidentali sullo schermo del telefono, i doppi clic involontari, i clic generati da strumenti automatici e quelli ripetuti in modo anomalo dalla stessa fonte. Il concetto chiave è l'assenza di intento genuino: non conta solo chi fa il clic, ma perché lo fa.

Alcuni esempi aiutano a inquadrare il fenomeno. Un potenziale cliente che tocca per errore un annuncio mentre scorre i risultati di ricerca genera un clic non valido. Lo stesso vale per bot e crawler che scansionano le pagine, o per un utente reale che fa clic più volte sullo stesso annuncio in pochi secondi. Le cause sono quasi sempre accidentali o automatiche.

Qual è la differenza tra clic non validi e clic fraudolenti?

I clic fraudolenti sono un sottoinsieme dei clic non validi: ogni clic fraudolento è non valido, ma non vale il contrario. La differenza sta nell'intenzione. Un tocco accidentale è non valido ma innocuo; un clic fraudolento, invece, nasce con lo scopo preciso di danneggiare qualcuno, per esempio esaurire il budget di un concorrente o gonfiare i ricavi pubblicitari di un sito.

Questa distinzione ha conseguenze pratiche. I clic non validi più semplici vengono intercettati dai sistemi automatici di Google e di norma non vengono addebitati. Quelli fraudolenti, invece, sono spesso progettati per sembrare umani e possono superare i filtri. Per approfondire le tecniche più comuni, dalla concorrenza sleale alle click farm, rimandiamo alla guida completa al click fraud pubblicata su questo sito.

Cosa filtra Google in automatico: il traffico non valido generale

Google divide il traffico non valido in due livelli. Il primo è il traffico non valido generale (GIVT): clic da bot noti, server e data center riconoscibili, tocchi accidentali e doppi clic. Questi schemi sono relativamente facili da individuare e vengono filtrati in tempo reale, prima ancora dell'addebito. Secondo le stime di settore, i filtri automatici intercettano la maggior parte di questo traffico semplice.

Quando un clic non valido viene comunque addebitato e riconosciuto in seguito, Google applica una regolazione automatica: l'importo corrispondente viene accreditato sull'account, senza che sia necessario presentare richiesta. Questi accrediti sono visibili nei riepiloghi di fatturazione. È un meccanismo utile, ma copre solo ciò che i sistemi di Google riescono a riconoscere come non valido. Tutto il resto resta a carico dell'inserzionista.

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Cosa può passare: il traffico non valido sofisticato

Il secondo livello è il traffico non valido sofisticato, o SIVT: attività studiate per imitare il comportamento di utenti reali. Parliamo di bot su connessioni residenziali, click farm con operatori umani e concorrenti che fanno clic in modo irregolare ma costante. Secondo le stime di settore, questo tipo di traffico può rappresentare una quota compresa tra il 5% e il 15% dei clic complessivi di una campagna, con valori più alti nei settori molto competitivi.

Il motivo per cui questo traffico passa è semplice: ogni clic, preso da solo, sembra legittimo. Solo osservando il comportamento nel tempo, la ripetizione delle visite, la provenienza geografica e l'assenza di conversioni emergono schemi anomali. I settori con clic costosi, come i servizi locali o gli studi legali, sono tra i più esposti, perché ogni clic sprecato pesa di più sul budget.

Come vedere i clic non validi nel proprio account?

Google Ads mette a disposizione dati specifici. Nella pagina Campagne è possibile aggiungere, dal menu Colonne, le metriche Clic non validi e Tasso di clic non validi: mostrano quanti clic sono stati riconosciuti come non validi e in che misura. Il dato è disponibile a livello di campagna e aiuta a capire se alcune campagne sono più colpite di altre.

Nella sezione di fatturazione, invece, si trovano le regolazioni: gli accrediti automatici per l'attività non valida rilevata dopo l'addebito. Questi numeri raccontano però solo una parte della storia, perché includono unicamente ciò che Google ha identificato. Non indicano chi ha generato i clic, né quanti ne siano passati senza essere riconosciuti. I report di Google vanno quindi letti come un minimo garantito, non il quadro completo.

Quanto può pesare il problema sul budget?

Non esiste una risposta valida per tutti: molto dipende dal settore e dalla competitività delle parole chiave. Secondo le stime di settore, la quota di traffico non valido sulle campagne di ricerca può variare dal 10% al 20% dei clic, e solo una parte viene filtrata automaticamente. In uno scenario da 5.000 euro di spesa mensile, le stime di settore suggeriscono che pochi punti percentuali non intercettati possano tradursi in centinaia di euro al mese.

Per rendere l'idea, ecco un esempio puramente illustrativo, non una previsione:

Spesa mensile (esempio)€ 5.000
Clic non validi stimati€ 600
Quota filtrata in automatico€ 400

In questo scenario, circa 200 euro al mese resterebbero esposti al traffico non intercettato. Il calcolatore degli sprechi permette di fare una stima analoga su valori diversi.

Come ridurre i clic che sfuggono ai filtri?

Il primo passo è la disciplina sui controlli: esaminare con regolarità i rapporti sulle campagne, confrontare il tasso di clic non validi nel tempo e verificare che le conversioni siano coerenti con i volumi di clic. Aiuta anche restringere il targeting geografico alle zone davvero servite, escludere i posizionamenti display di bassa qualità e controllare i termini di ricerca che attivano gli annunci.

Quando il traffico sospetto è persistente, servono strumenti capaci di analizzare ogni clic prima dell'addebito e bloccare le fonti compromesse in automatico. È l'approccio del servizio descritto in come funziona: analisi comportamentale, esclusioni aggiornate e monitoraggio continuo. Nessuno strumento può garantire l'eliminazione totale del fenomeno, ma l'obiettivo è ridurne in modo misurabile e documentato l'impatto sulle campagne.

Domande frequenti

Google rimborsa i clic non validi?
Google non emette rimborsi, ma regolazioni: se un clic è riconosciuto come non valido dopo l'addebito, l'importo viene accreditato automaticamente sull'account. L'accredito copre solo ciò che i sistemi di Google hanno identificato.
I clic fatti dai concorrenti sono clic fraudolenti?
Sì: rientrano nel traffico non valido con intento dannoso. Quando vengono riconosciuti non vengono addebitati, ma intercettarli richiede un'analisi dei comportamenti ripetuti nel tempo.

Distinguere tra clic non validi e clic fraudolenti permette di leggere i dati delle campagne con più chiarezza: una parte del problema è già gestita dai filtri automatici di Google, un'altra richiede strumenti dedicati e un monitoraggio continuo. Per partire dai numeri reali di un account, il punto di ingresso più semplice è un audit gratuito: fotografa lo stato delle campagne e indica dove il traffico non valido può nascondersi.

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Il rilevamento si appoggia alla tecnologia di ClickGuardian, fornita in trasparenza: è possibile attivare il monitoraggio in autonomia e verificare cosa passa davvero sui clic.
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