Click fraud Microsoft Ads: filtro traffico vs Google
Esplora le differenze nel filtro del traffico non valido tra Microsoft Ads e Google. Scopri cosa monitorare per evitare sprechi pubblicitari.
24 settembre 2026 · 6 min di lettura
16 agosto 2026 · 6 min di lettura · Redazione ScudoAds
«Il competitor clicca i miei annunci» è uno dei pensieri più ricorrenti tra chi investe in Google Ads, soprattutto quando i costi salgono e i risultati non arrivano. Il sospetto è legittimo: nei settori con concorrenza aggressiva e costi per clic elevati, la tentazione di consumare il budget altrui esiste davvero. Il problema è che tra il sospetto e la prova c'è una distanza enorme, e attraversarla nel modo sbagliato può costare più del presunto sabotaggio.
Questa guida non promette di «scoprire il colpevole», perché con i dati disponibili raramente si arriva a un nome e un cognome. Spiega invece come raccogliere evidenze credibili, lavorando su tre segnali osservabili: pattern orari, geolocalizzazione e clic ripetuti. Chi gestisce una PMI raramente ha tempo per indagini complesse, quindi conviene concentrarsi su ciò che si può misurare con strumenti accessibili. L'obiettivo è decidere sempre sui dati, non sulle sensazioni.
Google filtra automaticamente una parte del traffico non valido prima di addebitarlo, quindi non ogni anomalia nei report è un attacco. Detto questo, secondo le stime di settore una quota compresa tra il 10% e il 20% dei clic sulle campagne di ricerca può risultare non valida, con punte superiori nei settori ad alta concorrenza. Sono numeri che riguardano il fenomeno nel suo insieme: bot, clic accidentali e doppi clic, e solo in parte l'attività dolosa dei concorrenti.
Partire dall'accusa e poi cercare le prove è il modo migliore per sbagliare. Un'accusa mossa al presunto autore senza evidenze solide può esporti a conseguenze legali e rovinare rapporti commerciali che magari erano corretti. Anche Google, davanti a una segnalazione, valuta i dati e non i sospetti: conviene investire il tempo nella raccolta documentata dei dati prima che nella denuncia.
Non necessariamente, e conviene partire proprio da questo presupposto. Il traffico anomalo ha molte spiegazioni possibili: bot e scraper che scandagliano i risultati di ricerca, clic accidentali da dispositivi mobili, utenti reali che tornano più volte sull'annuncio prima di decidere, persino errori di targeting che mostrano la campagna al pubblico sbagliato. Attribuire tutto al concorrente è comodo, ma spesso sbagliato.
L'ipotesi del concorrente diventa più plausibile nei mercati ristretti e ad alto costo per clic, per esempio nei servizi locali dove pochi operatori si contendono la stessa zona. Anche in questi casi, però, la concorrenza è solo una delle cause possibili del click fraud: vale la pena conoscere il fenomeno nel suo insieme prima di concentrarsi su un singolo sospettato.
Il primo controllo è anche il più semplice: segmentare i report di Google Ads per ora del giorno e confrontare alcune settimane di dati. Un campanello d'allarme ragionevole è una concentrazione di clic in fasce orarie insolite rispetto allo storico della campagna, soprattutto se quei clic non producono conversioni né interazioni sul sito. Ancora più interessante è un pattern che si ripete identico per più giorni.
Attenzione però alle false piste: promozioni, variazioni di offerta, eventi stagionali e modifiche alla pianificazione cambiano legittimamente e in modo prevedibile la distribuzione oraria dei clic. Un picco alle tre di notte è un indizio da annotare, non una prova da portare in tribunale. Diventa significativo solo quando si ripete nel tempo e combacia con gli altri segnali raccolti durante l'osservazione.
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Il secondo controllo riguarda la provenienza geografica dei clic, visibile nei report per località di Google Ads. Se una quota anomala di traffico arriva dalla zona in cui ha sede un concorrente diretto, l'indizio si rafforza, soprattutto quando la campagna dovrebbe intercettare un bacino più ampio. Conviene anche verificare le opzioni di località avanzate, che distinguono tra presenza fisica e semplice interesse per la zona.
Anche qui i limiti contano: VPN, reti mobili e instradamento dei provider possono spostare la posizione apparente di un clic di decine di chilometri. La geografia restringe il campo degli scenari possibili, ma non identifica una persona o un'azienda. Va trattata come un filtro utile per decidere dove guardare più a fondo, e non come un atto d'accusa verso qualcuno.
Il segnale più difficile da spiegare in modo innocente è la ripetizione: lo stesso indirizzo IP o lo stesso dispositivo che clicca decine di volte in pochi giorni. C'è però un ostacolo tecnico: i report standard di Google Ads non mostrano gli indirizzi IP di chi clicca. Per osservare la ripetizione servono i log del server web, analisi approfondite o un sistema di rilevamento dedicato.
Anche con gli IP sospetti disponibili, il blocco manuale ha limiti evidenti: uffici, reti mobili e connessioni domestiche condividono spesso gli indirizzi, e le esclusioni IP nelle campagne hanno tetti e vincoli. Resta un'opzione utile come cerotto temporaneo, non come difesa strutturale contro un comportamento determinato. Chi clicca con intenzione, di solito, cambia metodo appena viene bloccato una prima volta.
Un dossier credibile nasce da un metodo, non da screenshot isolati. Conviene fissare una finestra di osservazione di almeno due-quattro settimane, esportare i report segmentati per ora e località, annotare ogni anomalia con data e contesto, e solo alla fine cercare i pattern ricorrenti. Per stimare l'ordine di grandezza della spesa potenzialmente esposta si può usare il calcolatore degli sprechi, che produce scenari indicativi.
Un esempio puramente illustrativo aiuta a capire la logica: in una campagna con € 4.000 di spesa mensile, applicando le quote di traffico non valido indicate dalle stime di settore, la spesa potenzialmente esposta ricadrebbe in una fascia ampia. Non è una previsione sul singolo account, ma un modo per capire se il problema merita attenzione e un monitoraggio continuativo.
Con un dossier ordinato si possono fare tre cose sensate. La prima è segnalare il traffico non valido a Google tramite i moduli ufficiali, allegando dati e finestre temporali precise: in caso di riscontro, Google può riconoscere accrediti, senza che nulla sia garantito. La seconda è intervenire sulle campagne, restringendo fasce orarie, località o posizionamenti che mostrano anomalie ricorrenti, e misurare l'effetto delle modifiche.
La terza via, quella legale, ha senso solo con evidenze molto solide e va valutata con un professionista: un'accusa di sabotaggio infondata può ritorcersi contro chi la formula. Infine c'è la prevenzione: un monitoraggio continuo intercetta i pattern sospetti in automatico, senza settimane di raccolta manuale. Il nostro servizio gestito usa a questo scopo la tecnologia di rilevamento ClickGuardian, descritta nella pagina come funziona.
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Raccogliere evidenze credibili richiede qualche settimana di metodo, ma trasforma un sospetto in un caso gestibile: dati orari, geografia e ripetizioni, documentati e incrociati. Chi preferisce partire da un quadro già pronto può richiedere un audit gratuito di 14 giorni, che analizza il traffico delle campagne e segnala le anomalie, senza impegno e senza promesse miracolose. Meglio una verifica in più oggi che un'accusa sbagliata domani.
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